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Quattrocento anni di giovinezza

Omelia in occasione della conclusione dell'Anno centenario della Madonna dell'Orto

Chiavari, Cattedrale di N.S. dell'Orto,
3 luglio 2010

Eccellenza Carissima
Stimate Autorità
Cari Confratelli nel Sacerdozio e nel Diaconato
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore

Insieme abbiamo iniziato la celebrazione del IV centenario della Madonna dell'Orto, e insieme lo concludiamo. Ringrazio il vostro venerato Pastore per il duplice e significativo invito a partecipare alla gioia di questa ricorrenza, vera festa di famiglia. Le tradizioni di una Diocesi, infatti, hanno sempre il respiro della casa, delle cose antiche e sempre vive, che sentiamo essere sorgente e forza di vita. Come sappiamo, l'antica immagine dipinta sul muretto dell'orto del Capitano, manteneva nel tempo le sue tinte nitide e fresche, e, nonostante che i lavoranti accumulassero pietrame e immondizia davanti all'edicola, la venerata finestrella rimaneva sempre ben visibile e accogliente, come se una mano invisibile rimuovesse piamente l'ammasso indecoroso.

Mi sembra che questo particolare, che si legge nella cronaca del tempo, ci rimandi ad una grande verità: la fede è sempre giovane e feconda. Le incrostazioni del tempo e degli eventi non possono oscurare o abbruttire il volto della fede. Essa è sempre giovane perché è la fede in Cristo, perenne bellezza, giovinezza che non conosce tramonto: " tu sei il più bello dei figli degli uomini" (Sl 45,3 ). E così è per la Chiesa: "Raccogliendo questa eredità – affermava il Santo Padre, Benedetto XVI – ho potuto affermare all'inizio del mio ministero petrino che la Chiesa è giovane, aperta al futuro. E lo ripeto oggi, vicino al sepolcro di san Paolo: la Chiesa è nel mondo un'immensa forza rinnovatrice, non certo per le sue forze, ma per la forza del Vangelo" (Omelia Primi Vespri Santi Pietro e Paolo, 28.6.2010). Nessuna immondizia esterna o interna può cancellare la sua perenne giovinezza che riflette quella del suo Signore.
A volte gli eventi ci fanno rivivere l'esperienza degli Apostoli quando la folla seguiva il Maestro dimentica di tutto, anche del cibo. Come potremo sfamare tutta questa gente? Essi esperimentano la loro impotenza, così come noi tocchiamo la nostra insufficienza umana, le nostre incoerenze. Ma oggi, come allora, dobbiamo ricordare che nulla è impossibile a Dio, e che con la fede in Lui possiamo affrontare ogni stagione e prova. Possiamo superare non per dimostrare qualcosa di noi, ma per testimoniare che solo Dio è la risposta alla fame più profonda dell'uomo contemporaneo: la fame di verità, di amore, di libertà, la fame di futuro e di destino. Non è forse questo l'anelito più vero e urgente, antico e sempre nuovo, del cuore umano? Quella mano misteriosa e pietosa che non si stancava di rimuovere l'immondizia davanti all'edicola perché non fosse oscurata e quindi esclusa dall'orizzonte dei chiavaresi, possiamo dire è la stessa che dobbiamo continuamente invocare perché ci liberi dai nostri peccati, vera sporcizia del cuore, origine di ogni altra oscurità e peso. Sì, dobbiamo ogni giorno invocare in ginocchio umilmente quella mano ricca di misericordia perché le "tinte" della fede siano sempre nitide e fresche nel nostro spirito e nella trasparenza della vita, o almeno – se stanche e sbiadite – ritrovino luminosità e vigore.

Cari Amici, l'episodio richiamato, ben piccola cosa nella più ampia storia di questa venerata icona, ci rimanda dunque al perenne dramma del peccato e della grazia. Forse dobbiamo tutti ritornare più decisamente a queste verità fondamentali della fede: dobbiamo riprendere in seria considerazione il peccato che rimanda alla nostra libertà, per prostrarci in adorazione davanti al mistero della redenzione operata da Cristo sulla croce. Se la percezione del peccato diminuisce è perché da una parte la responsabilità personale viene ad essere estesa all'ambiente in cui si vive fino a rarefarsi e a perdersi totalmente; e dall'altra, perché ci stiamo abituando all'amore di Dio, fino a considerarlo, forse inconsciamente, qualcosa di lontano e irrilevante. Ma abituarci all'amore significa ucciderlo! Chiediamoci se quel Dio che crea l'essere e la vita, e si fa redentore nel Figlio crocifisso, ci commuove fino alle lacrime; se ci fa cadere in ginocchio sopraffatti da uno stupore che tacita le nostre chiacchiere; se ci fa adoratori abitati dalla gioia. Se perdiamo la percezione del nostro bisogno di essere salvati, come potremo guardare al Salvatore? Come potremo gridare a Lui perché venga ogni giorno di nuovo? Come invocare la speranza vera che non riguarda qualcosa della nostra esistenza ma prende la vita intera? Come potremo gustare la gioia della misericordia e del perdono e vivere testimoni lieti di Dio? Come sobbalzare di gioia nell'incontrare Gesù nella preghiera, nel Vangelo, nei fratelli? C'è una grande rimozione da fare in noi per far posto a Cristo e alla sua Santissima Madre. Per far posto ad un amore più grande per la Chiesa.

Si è appena concluso l'Anno Sacerdotale, vero anno di grazia e provvidenziale ispirazione di Benedetto XVI. Tornando all'immagine di quell'edicola sempre nitida e luminosa, che né il tempo né l'opera umana hanno potuto oscurare e nascondere, pensiamo a noi Sacerdoti ordinati. Siamo stati invitati a riscoprire la bellezza e la grandezza del nostro Sacerdozio: e lo speciale Giubileo ci ha dato le grazie necessarie. Cari Amici, se l'intera comunità cristiana è chiamata al rinnovamento interiore, questo dovere è anzitutto nostro. Tocca soprattutto a noi, a ciascuno di noi, lo slancio convinto della conversione del cuore e della vita. Demolire e costruire: ecco l'opera dello Spirito, che però richiede sempre la nostra totale disponibilità e collaborazione. Egli rispetta la nostra libertà.
Il Signore della messe ci ha scelti e separati per Lui: "Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui (...) Ne costituì dodici che stessero con lui" (Mc 3,13-14). E Il Papa commenta: "Solamente chi ha un rapporto intimo con il Signore viene afferrato da Lui, può portarlo agli altri, può essere inviato. Si tratta di un rimanere con Lui che deve accompagnare sempre l'esercizio del ministero sacerdotale; deve esserne parte centrale, anche e soprattutto nei momenti difficili, quando sembra che le cose da fare debbano avere la priorità. Ovunque siamo, qualunque cosa facciamo, dobbiamo sempre rimanere con Lui" (Omelia Ordinazioni presbiterali, 20.6.2010). Ecco la sorgente di ogni rigenerazione spirituale, sacerdotale e pastorale. Ecco da dove continuamente partire e instancabilmente tornare. E' questa la forza – Gesù, la sua amicizia – che compensa la nostra insufficienza, che riempie il nostro nulla: "Senza di me non potete far nulla". Quanto ci pesa a volte questo nulla! Ma, a ben vedere, sta proprio in questo nulla la nostra forza, perché ci conduce ad una comunione con Cristo che non ha eguali. Quel nostro nulla è la spinta, è la forma di una chiamata verso una più intima e spaesata comunione con Lui: sì, "spaesata", perché la sua amicizia è come una "terra" dove la dimensione dell'infinito e dell'eterno avvolge il suo consacrato e dà la vertigine, ma attira e affascina; una terra che rispetta la nostra libertà ma che chiama con gelosia; che abbraccia le nostre miserie e ne fa incessanti occasioni di misericordia e perdono, suscita ogni volta l'incanto della rinascita e strappa le lacrime della gratitudine.
Abbiamo dunque fiducia: il Signore Gesù è fedele all'opera che ha iniziato in ciascuno di noi. Guardiamo con tenerezza di figli la sacra immagine della Madonna dell'Orto: da quattro secoli ci guarda e ci benedice insieme a Gesù. Chiediamo a Lei, al termine di questo Centenario, di essere pastori secondo Cristo, di poter testimoniare agli uomini del nostro tempo che Dio può riempire totalmente la vita di un uomo, la sua intelligenza, il suo cuore. Solo Lui può fare questo miracolo e lo compie continuamente, basta chiederlo con fede. Siamo qui, ai piedi della Madonna, per questo. Il nostro popolo è presente: esso guarda noi con affetto e guarda Lei, la Vergine, Madre degli Apostoli. Sentiamo che le loro voci si uniscono alle nostre, e questo dono lo chiedono per noi e con noi. Anche per questo lo ringraziamo.

Angelo Card. Bagnasco

 

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